Non è la goccia che fa traboccare il vaso: è quello che non vi siete detti prima

A volte basta un dettaglio piccolo: un bicchiere lasciato sul tavolo, un messaggio letto e dimenticato, una risposta data con un tono più freddo del solito, un ritardo annunciato all’ultimo momento, una frase buttata lì male, magari senza intenzione, e qualcosa scatta.

Ti arrabbi più di quanto vorresti, ti chiudi, rispondi male, fai finta che vada tutto bene, ma dentro senti che qualcosa si sta muovendo.

Vista da fuori può sembrare una reazione esagerata.

“Ma davvero stiamo litigando per questo?”
“Possibile che basti così poco?”
“Era solo una battuta.”
“Era solo un bicchiere.”
“Era solo un messaggio.”

Nelle relazioni di coppia, spesso il vero motivo che attiva quelle reazioni non è quel dettaglio, quel dettaglio è solo un pretesto, la classica goccia, ma la goccia non è il vero problema.

Quando una coppia esplode per una cosa piccola, quasi mai è solo una reazione esagerata a quella situazione, in realtà sta reagendo a ciò che quella situazione rappresenta e risveglia.

Il bicchiere lasciato lì può diventare: “Ancora una volta devo pensarci io.”

Il messaggio freddo può diventare: “Non gli importa davvero di me.”

Il ritardo può diventare: “Il mio tempo conta meno del suo.”

Il tono brusco può diventare: “Ogni volta che provo ad avvicinarmi, mi respinge.”

Il problema visibile è apparentemente banale, ma il significato che porta con sé può essere enorme, e questo significato raramente nasce in quel momento, solitamente è nato molto prima.

Arriva da piccole delusioni mai dette, bisogni lasciati in sospeso, frasi trattenute per evitare discussioni, emozioni mandate giù perché “tanto non è il caso”, tentativi di parlare finiti male.

Il tutto si accumula, giorno dopo giorno, fino a quando, una cosa minima diventa troppo, non perché quella cosa sia davvero il centro del problema, diventa troppo perché tocca un punto già sensibile.

Quando il silenzio sembra proteggere, ma crea distanza

Molte coppie non si allontanano per un grande litigio, si allontanano lentamente.

Una volta lasci correre.
La seconda ti dici che non vale la pena.
La terza pensi che parlarne complicherebbe tutto.
La quarta ormai sei già stanca prima ancora di iniziare.

Senza nemmeno accorgerti, smetti di dire, di raccontare che ci sei rimasta male, di chiedere ciò di cui avresti bisogno, di spiegare che quel tono ti fa chiudere.
Smetti di dire che ti manca sentirvi complici, di portare certi temi, perché questo diventa faticoso, e sai già come andrebbe a finire.

All’inizio il silenzio sembra una forma di protezione: protegge la serata, preserva l’equilibrio.
Protegge i bambini da una discussione, evita all’altro di vedere una tua emozione troppo intensa.
Ti protegge dalla paura di non essere capita, ma se diventa abitudine, il silenzio inizia ad allontanare la relazione dalla verità.

Una relazione in cui per troppo tempo manca la verità rischia di raffreddarsi.

Ci si parla ancora, certo, si parla della spesa, degli appuntamenti, degli programmi dei figli, degli impegni di lavoro.
La comunicazione diventa funzionale, si parla delle bollette, di chi porta l’auto dal meccanico, di cosa manca in frigorifero.

La routine quotidiana funziona, la coppia funziona, ma funzionare non è la stessa cosa che sentirsi connessi nella relazione, sentirsi vicini e al sicuro accanto alla persona che ami.

Perché diventa tutto così difficile?

A volte non parliamo perché non sappiamo da dove cominciare, oppure perché abbiamo già provato e ci siamo fatti male.

A volte non parliamo perché sentiamo che certi temi sono diventati un campo minato: basta una parola sbagliata e l’altro si chiude, un tono più acceso e parte la difesa.
Basta “dobbiamo parlare” e il corpo dell’altro si irrigidisce, o una richiesta di maggiore presenza e ci si sente accusati.

In quei momenti, dentro di noi può attivarsi una paura molto profonda: la paura di perdere l’altro, di essere respinti, di scoprire che il nostro bisogno non conta.
La paura di essere troppo, persino di chiedere vicinanza e ricevere distanza.

Quando questa paura si attiva, non sempre ce ne accorgiamo.

Pensiamo di essere arrabbiati per il bicchiere, per il messaggio, per il tono, per il ritardo, in realtà, spesso stiamo cercando di difenderci da qualcosa che fa molto più male.

Il corpo entra in allarme.
La mente interpreta.
La voce cambia.
Il volto si chiude.
Le parole diventano più dure o più fredde.

L’altro non sente più il bisogno che c’è sotto.

Sente solo l’attacco.

A volte rispondiamo al presente con vecchi copioni

Nella relazione di coppia si riattivano spesso modi di proteggerci che abbiamo imparato molto tempo prima.

C’è chi, quando sente distanza, rincorre, chiede conferme, insiste, vuole parlare subito, cerca risposte immediate.

C’è chi, quando sente pressione, si ritira, minimizza, cambia argomento, si chiude, prende distanza.

C’è chi alterna il bisogno di vicinanza alla paura di fidarsi davvero.

Queste modalità hanno a che fare anche con il nostro stile di attaccamento, cioè con il modo in cui abbiamo imparato a cercare sicurezza nelle relazioni e a proteggerci quando il legame sembra minacciato. (vedi articolo di questo blog)

Qui troviamo un'importante chiave di lettura di comprensione: spesso non stiamo scegliendo davvero come comunicare, stiamo semplicemente reagendo, ripetiamo schemi conosciuti, usiamo difese automatiche.


Rispondiamo alla situazione e alla persona che amiamo come se fossimo davanti a un pericolo.

Così ci trasformiamo da due persone che vorrebbero sentirsi vicine, in due nemici che finiscono per ferirsi, evitarsi o parlarsi solo in superficie.

Il vaso non è sempre pieno

C’è però una cosa importante, questo non è per forza un segnale che la relazione si sia esaurita, che ormai sia finita, che non ci si ami più, anzi.

Spesso il vaso non è pieno, c’è ancora spazio, c'è ancora desiderio di capirsi e di incontrarsi.
C’è ancora amore, c'è il desiderio di tornare a ridere insieme, la voglia di sentirsi squadra.
C’è ancora la speranza e il desiderio profondo di potersi dire le cose senza distruggersi, ma manca il sapere di "come fare".

Quando la coppia è entrata in una dinamica difensiva, anche il gesto più semplice può sembrare rischioso: avvicinarsi sembra pericoloso, parlare implica il rischio di fraintendimenti, chiedere richiede uno sforzo, mostrarsi vulnerabili diventa pericoloso.

E allora si resta cauti, uno aspetta che l’altro faccia il primo passo, l’altro pensa che qualunque passo verrà interpretato male.
Uno manda segnali indiretti, l’altro non li coglie, oppure li evita.
Uno accumula insoddisfazione e risentimento, l’altro si sente sempre sotto accusa.

Poi arriva la situazione-pretesto e si esplode, sembra che tutto dipenda da quel gesto, quella parola, quella mancata presenza.

Un modo diverso di avvicinarsi

La soluzione non è semplicemente parlare di più, molte coppie parlano già tanto, ma continuano a non incontrarsi.

Ciò che porta il vero cambiamento è imparare a orientare la comunicazione.

Comunicare in modo orientato significa fermarsi prima della reazione automatica e chiedersi:

Che cosa sto sentendo davvero?
Che cosa sto cercando di proteggere?
Dove voglio portare questa conversazione?
Voglio avvicinarmi o voglio difendermi?
Sto esprimendo un bisogno o sto lanciando un’accusa?

La Comunicazione Orientata non cerca frasi perfette, cerca parole più vere, più coerenti, che parlano di te, che danno voce ai tuoi bisogni e desideri più profondi, senza sentire il peso di ciò che potrebbe succedere.
Parole che tengano conto dell’emozione, del corpo, del tono, del bisogno e della relazione.

Un esempio?
Invece di dire: “Tu non fai mai niente.”

Potresti iniziare a riconoscere: “Quando mi ritrovo da sola a gestire tutto, mi sento stanca e poco sostenuta. Vorrei capire come possiamo dividerci meglio le cose.”

Invece di dire: “Con te non si può mai parlare.”

Potresti provare con: “Quando provo ad aprire un discorso e ti chiudi, mi sento sola. Vorrei trovare un modo per parlarne senza farci male.”

Invece di dire: “Fai come vuoi.”

Potresti ascoltare cosa c’è sotto e dire: “Una parte di me vorrebbe lasciar perdere, ma in realtà ci sono rimasta male. Ho bisogno di dirtelo senza trasformarlo in un litigio.”

Sono frasi semplici, ma che aiutano a dare una direzione condivisa alla conversazione.

Lo scopo non è quello di risolvere tutto in un attimo, ma aprire uno spazio nuovo dove potersi incontrare.

Il primo passo non è runa soluzione rapida per calmare le acque, ma creare abbastanza sicurezza per poter restare nella conversazione.

Prima della prossima goccia

Se nella tua relazione ti accorgi che si esplode per dettagli piccoli, forse vale la pena fermarti un attimo.

Prima di giudicare la tua reazione, o quella del partner, potresti chiederti:

Che cosa sta toccando davvero questa situazione?
Che cosa non ci siamo detti prima?
Quale bisogno è rimasto senza parole?
Quale paura entra in campo ogni volta?
Dove la comunicazione perde orientamento?

La coppia può diventare lo spazio in cui ripetiamo i nostri schemi, ma può anche diventare lo spazio in cui iniziamo a vederli e a crearne di nuovi, più veri, più rispettosi, più capaci di incontro.

Spesso il vaso non è ancora troppo pieno, c’è ancora spazio per costruire qualcosa di diverso, più tuo, più suo, più vostro.

Potete imparare a vedere dove la comunicazione si inceppa, prima che l’ennesima goccia sembri tutto il problema.

Per questo ho creato la Mappa della Comunicazione Orientata.

È uno strumento semplice per fare una prima fotografia della tua comunicazione di coppia e capire:

dove il dialogo si blocca,

dove ti difendi,

dove ti trattieni e

dove potresti iniziare a orientare le parole in modo diverso.

Puoi scaricarla subito (gratis!!) e iniziare da lì.

Perché prima di aspettare la prossima goccia, puoi provare a guardare cosa sta succedendo davvero nel vaso.

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