Hai presente quei momenti in cui una relazione diventa improvvisamente più difficile da abitare?
Sono momenti che arrivano così, senza preavviso, senza che tra voi ci sia un vero problema. A volte basta che uno dei due sia arrabbiato, deluso, spaventato o sopraffatto da qualcosa che non riguarda nemmeno la relazione.
È quello che è successo a casa mia qualche giorno fa:
una bicicletta, una vite rotta e una grande delusione.
Mio marito si era comprato una bicicletta nuova, venerdì era finalmente arrivata, aspettava quel momento da giorni per poter andare a fare il primo giro. La domenica mattina si è alzato presto e ha iniziato a sistemarla, solo che, mentre stava svitando una vite, questa si è rotta.
Un fatto apparentemente banale, ma in quel momento non era soltanto un pezzo rotto, era un desiderio che, a un passo dalla realizzazione, si era inceppato.
La delusione era fortissima, rabbia e tristezza si mescolavano insieme e, inevitabilmente, quelle emozioni hanno iniziato a riversarsi anche dentro casa nostra.
Di certo quella rabbia non era rivolta a me, ma quel mix di emozioni arrivava anche a me: nel tono brusco delle sue risposte, nei gesti irritati, nell’aria che improvvisamente era diventata pesante.
Una situazione come tante, che probabilmente hai già vissuto anche tu.
Non è necessario che due persone siano in conflitto perché la relazione diventi, per un momento, uno spazio difficile da abitare.
Le emozioni, quando arrivano, non rimangono da una parte sola.
Quando l’emotività dell’altro invade lo spazio tra noi, inevitabilmente ci tocca, e anche dentro di noi comincia a succedere qualcosa. Il problema è che spesso non ce ne accorgiamo.
Vediamo il tono brusco e rispondiamo al tono brusco.
Sentiamo la distanza e ci chiudiamo.
Ci sentiamo attaccati e contrattacchiamo.
Oppure pensiamo: “È un problema suo, che se la sbrighi.”
In quella situazione avrei potuto farlo anch’io.
Avrei potuto rispondere: “Ehi, non prendertela con me!”
Avrei potuto offendermi, chiudermi o andarmene pensando: “Non c’è bisogno di trattarmi così.” Nessuna di queste reazioni sarebbe stata così strana.
Quando l’emotività entra prepotentemente in una relazione, raramente resta da una parte sola.
Quello che succede a te arriva a me.
Quello che arriva a me provoca qualcosa dentro di me.
Quello che faccio io torna nuovamente a te.
È così che, in pochi minuti, due persone possono ritrovarsi dentro una discussione che apparentemente parla di una bicicletta rotta…
ma che in realtà porta con sé molto di più.

Cosa possiamo fare in quelle situazioni?
Quella mattina ho provato a fare qualcosa di una semplicità disarmante.
Mi sono fermata. Ho preso le distanze per guardare la situazione da un punto neutro. Questa cosa mi ha permesso di vedere le varie prospettive della situazione, e ho potuto dirmi: “Ok. Qui c’è una grande delusione, carica di rabbia.”
Fermarsi e osservare, è il primo passaggio è importante: riuscire a riconoscere che, dietro il comportamento che mi dava fastidio, in quel momento c’era una forte attivazione emotiva.
Quando l’emozione prende il sopravvento, immagino la situazione un po’ come una carrozza con i cavalli imbizzarriti e senza cocchiere.
Puoi anche provare a spiegare ai cavalli quale sarebbe la strada più ragionevole da prendere… ma difficilmente ti ascolteranno.
Quando siamo fortemente attivati emotivamente, infatti, non sempre siamo nelle condizioni migliori per ragionare, ascoltare spiegazioni, trovare soluzioni o affrontare una discussione complessa, in quel momento, non serviva spiegare, non era neanche il momento di discutere del tono con cui mio marito mi stava parlando.
Prima di occuparmi dell’altro, ho bisogno di accorgermi di me
C’era però un’altra cosa da guardare: che cosa stava succedendo dentro di me?
Perché sì, quel tono brusco mi infastidiva, sentivo che una parte di me avrebbe voluto reagire.
È qui che, secondo me, accade qualcosa di molto importante nelle relazioni, di fronte all’emotività dell’altro, spesso ci concentriamo immediatamente su di lui:
Come faccio a calmarlo?
Cosa gli dico?
Come gli faccio capire che sta esagerando?
Come risolvo questa situazione?
In quel momento il mio primo compito non era calmare mio marito, era non farmi trascinare anch’io sulla stessa carrozza.
Respirare, restare per qualche istante con quello che stavo sentendo, non rispondere automaticamente, creare dentro di me abbastanza spazio per poter scegliere cosa fare.
Questo non significa reprimere ciò che sentiamo o sopportare qualsiasi comportamento, significa evitare che la prima reazione emotiva diventi automaticamente la nostra risposta.
Solo dopo ho potuto chiedermi: “Che cosa posso fare io, adesso, che sia utile a questa situazione?”
Non mi sono chiesta: “Come faccio a farlo smettere di essere arrabbiato?”
E nemmeno: “Come posso "aggiustare" quello che sente?”
Le emozioni dell’altro non sono un problema che dobbiamo risolvere.
La domanda era molto più semplice: che cosa posso fare io, qui?
Gli ho detto semplicemente detto: “Immagino quanto tu sia deluso per quello che è successo.”
Non gli ho detto che non era niente.
Non ho cercato immediatamente il lato positivo.
Non gli ho ricordato che la bicicletta si poteva aggiustare.
In quel momento era deluso, e aveva senso che lo fosse.
Validare un’emozione non significa necessariamente essere d’accordo con tutto ciò che una persona fa mentre la prova, significa riconoscere che quello che sente, dal suo punto di vista e in quel momento, esiste.
Poi gli ho chiesto: “C’è qualcosa che posso fare per te?”
La risposta, in sostanza, è stata no, e anche quello andava bene.

A volte non c’è niente da risolvere
Forse questo è uno degli aspetti più difficili da accettare.
Qualche volta abitare bene una relazione significa riconoscere che, in quel momento, non c’è niente da risolvere.
Possiamo semplicemente esserci.
Possiamo non aggiungere altra rabbia alla rabbia.
Possiamo lasciare all’altro il tempo di attraversare quello che sta sentendo senza abbandonarlo e senza invaderlo.
Possiamo offrire la nostra disponibilità e accettare che non venga utilizzata.
Qualche volta restare presenti, anche in silenzio, è davvero la cosa più sensata che possiamo fare.
Anche questa è una competenza che aiuta ad abitare meglio una relazione,
naturalmente non sempre ci riesco, ma almeno ci provo.
Non tutte le situazioni emotivamente accese possono o devono essere attraversate in questo modo, ma questo episodio è un esempio che racconta bene ciò che intendo quando parlo di abitare una relazione.
Non significa sapere sempre cosa dire e nemmeno riuscire a mantenere sempre tutto calmo.
Non significa accettare mancanze di rispetto, aggressività o comportamenti che oltrepassano i nostri confini.
Significa sviluppare, un po’ alla volta, la capacità di accorgerci di tre cose:
che cosa sta succedendo all’altro,
che cosa sta succedendo a me,
che cosa sta succedendo nello spazio tra noi.
Questo ci permette di avere qualche possibilità in più di scegliere come stare nella situazione, invece di essere trascinati automaticamente dalla nostra prima reazione.
Anche le relazioni belle e profonde, a volte, diventano scomode
Ci sono momenti in cui l’altro è arrabbiato, deluso, spaventato, chiuso.
Altri in cui siamo noi ad esserlo.
Abitare una relazione significa imparare a starci anche quando diventa scomoda, senza sentire immediatamente l’urgenza di scappare, attaccare o risolvere.

Imparare a stare nella relazione in modo diverso
È proprio da qui che nasce ABITARE LE RELAZIONI, il percorso in due moduli dedicato a comprendere ciò che accade dietro le quinte delle nostre relazioni e a sviluppare modi più consapevoli e competenti di starci dentro.
Capire che cosa succede è il primo passo, poi arriva la parte più interessante: imparare a starci dentro in modo diverso, nel rispetto di te, dell’altro e della relazione che state vivendo insieme.

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